Avvenimenti eccezionali e apparentemente inspiegabili, come può essere una guarigione improvvisa da una prognosi infausta, vengono spesso accantonati, dimenticati, giustificati in modo sommario. Silvia di Luzio, medico chirurgo, specialista in cardiologia e ricercatrice, davanti a questi fatti si è invece incuriosita e ha voluto approfondire. Esperienze personali e di alcuni suoi pazienti l’hanno messa a confronto con fenomeni che dimostrano l’esistenza di un potenziale di guarigione emozionale ed energetico intrinseco nell’essere umano. Un potenziale di grande impatto ma poco considerato ed esplorato dalla medicina classica. Questo suo percorso è descritto nel saggio Il cuore è una porta in cui Silvia, attingendo a fatti, conoscenze scientifiche, esperienze e filosofie, ci presenta il nostro cuore da una prospettiva profonda e inconsueta che lo pone come la chiave, o la porta, attraverso cui l’umanità può accedere a una nuova, e auspicata, evoluzione.
«I campi elettromagnetici generati dal cuore permeano ogni cellula e possono agire come segnale sincronizzatore per il corpo. (…). La componente magnetica del campo del cuore, che è all’incirca 5000 volte più potente di quella generata dal cervello, è anche recepibile da soggetti esterni che si trovino nel suo raggio di comunicazione», scrive Di Luzio.
In questo fenomeno è insito anche un potere di benessere e guarigione che passa attraverso le proprie emozioni, creando campi di fiducia o paura, amore o disperazione che producono effetti immediati sulla propria vita e il proprio organismo. «Se da una parte si è giunti alla conclusione che le emozioni sono molecole vere e proprie e hanno una grande importanza nella vita di ogni essere umano, dall’altra si fa pressante il problema di come gestirle, vista la loro rilevanza».
Nel suo libro Silvia presenta metodi di intervento chirurgici, chimici, psicologici ed energetici mostrando come spesso, con la sinergia tra questi sia possibile raggiungere il miglior stato di salute, o far fronte al meglio a patologie molto gravi. Le chiediamo se, secondo la sua esperienza, possiamo immaginarci un futuro in cui un miglior equilibrio tra cuore e mente possa ridurre considerevolmente il ricorso alla medicina d’urgenza, alla chirurgia e ai medicamenti?
«Possiamo affermare con sicurezza che l’equilibrio ‘mente/cuore’ contribuisce in modo importante nel mantenere il nostro stato di salute e ha importanti implicazioni neurobiologiche fino a poco tempo fa del tutto sconosciute.
Riuscire a gestire volontariamente questo equilibrio attraverso tecniche specifiche è da tempo stato riconosciuto dalla comunità scientifica come ‘essenziale’ sia per la salute sia per le performance sportive e lavorative permettendo alle persone di esprimere il loro pieno potenziale».
Come ha reagito la comunità scientifica, i suoi colleghi, alla pubblicazione del suo libro? Dopo dodici anni c’è maggiore apertura verso una nuova visione dell’uomo e di questo suo importante organo?
«Il mio libro è stato antesignano ma, devo dire, è stato ben accolto. Negli ultimi anni anche nei convegni internazionali di cardiologia sono state inserite intere sessioni dedicate all’importanza dello stress e della gestione delle emozioni nel determinare la salute cardiovascolare.
Addirittura questi parametri (disequilibri o disturbi della mente) sono stati recentemente riconosciuti nell’elenco dei fattori di rischio cardiovascolari non convenzionali, tra cui troviamo anche inquinamento e infezioni.
La scienza va avanti e scopre di avere ogni giorno armi in più per contrastare o curare le malattie: già dal 2016 nel Trattato del Braunwald – testo sacro per noi cardiologi – è stato inserito il capitolo sulla cardiologia olistica, dove vengono riportati tutti gli studi scientifici che dimostrano la riduzione del rischio di eventi cardiovascolari per esempio con l’utilizzo della meditazione o di riduzione di eventi di fibrillazione atriale con la pratica dello yoga.
Posso quindi affermare che negli ultimi anni c’è stato un grande cambiamento di approccio medico, da una visione più meccanicista a una visione più umanistica e personalizzata».
